A Medellin in Colombia tre anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano 2° i rappresentanti dei vescovi dell’America Latina e dei Caraibi si sono riuniti per applicare il Concilio Vaticano 2° alla realtà latinoamericana. La riunione durò quindici giorni, si realizzò il Seminario di Medellin, vi parteciparono duecentocinquanta persone fra vescovi, osservatori di altre chiese e teologi.
Tra gli altri invitati c’era anche d. Fernando Pavanello. Evidentemente Medellin non ha detto tutto, però è stato come la matrice della identità della chiesa latinoamericana. La mia riflessione si dividerà in due parti:
1. La visita a una terra di martiri: El Salvador.
2. Il congresso di teologia latinoamericana: AMERINDIA
1. TERRA DI MARTIRI: i frutti di Medellin
Da mercoledì 29 agosto fino a martedì 4 di settembre tre suore della nostra parrocchia e la mia persona, siamo partiti per El Salvador per partecipare al 3° congresso di teologia AMERINDIA che si propone di continuare nel solco tracciato dalla Teologia della Liberazione.
I partecipanti provenivano da ogni parte dell’America Latina e dei Caraibi ed eravamo seicento. Prima di raccontare quello che mi è rimasto in testa di tante e belle relazioni tenute durante il Congresso, vorrei parlare dei martiri salvadoregni, che possono essere considerati i frutti più evidenti di una riflessione di chiesa che ha avuto in Medellin il suo punto di partenza da cinquanta anni a questa parte. “Dai frutti li riconoscerete…”: Romero, Rutilio Grande, i sei gesuiti assassinati nel campus universitario, le quattro suore di Mary Kuoll, e migliaia e migliaia di persone impegnate con la gente povera, con le sue organizzazioni e il Vangelo, sono la raccolta nel Salvador e in molti altri paesi dell’America Latina, della grande semina che si era prodotta in Medellin.
Al piccolo cortile-giardino  situato all’interno del grande campus universitario della UCA, sede del Congresso, dove furono assassinati e trascinati i corpi insanguinati dei sacerdoti gesuiti, della loro cuoca e della figlia di sedici anni, si è dato ora il nome di “giardino delle rose”: sei piante di rose di colore rosso per i gesuiti e due di colore giallo per le due donne. E’ stato il papà della rgazza a piantarle poco tempo dopo: le impressionanti pozze di sangue e di fango si sono trasformate in rose. La fede e la speranza del popolo umile e povero  riescono a produrre queste profonde intuizioni al punto di trasformare i gesti estremi della bestia umana in rose!
Un altro giorno siamo andati all’”hospitalito”  nella cui chiesetta fu assassinato il Vescovo Romero. Al cecchino gli bastò una sola pallottola sparata dall’auto che si era fermata giusto davanti alla porta della chiesa.
Poi siamo andati alla Cattedrale, celebre per le prediche di Mons. Romero. Sotto un freddo monumento sepolcrale Mons. Romero continua a celebrare la sua pasqua e la Pasqua del suo popolo. Lo attorniava un gruppo di persone, di gente del popolo, che toccando la statua dormiente di Romero recitavano il Rosario. Questo era il suo popolo durante la sua vita e questo continua ad essere il suo dopo la sua morte: un popolo umile e credente che sa  organizzarsi per difendere la sua dignità e suoi diritti.
Durante il Congresso toccò a Jon Sobrino tracciare la dimensione teologica della vita, dell’opera e della morte di Mons. Romero. Il grande teologo scappato alla morte dei suoi colleghi perchè assente da casa, non ha fatto altro che sondare la profondità teologica e storica dell’espressione di un contadino che quando seppe della morte del Vescovo disse: “Lui diceva la verità, difendeva i poveri. Per questo lo hanno ucciso”. Teologia nella storia, a partire dal popolo povero e dalle sue intuizioni! E’ così che in America Latina si impara a fare teologia e non solamente studiarla: a partire dalla realtà di tutti i giorni, dalle intuizioni e dalla sapienza dei piccoli, dalle loro sofferenze quotidiane, per poter entrare, a piedi nudi come Mosè nel mistero del Dio della vita.
Il Congresso aveva previsto, tra le altre cose, anche un teatro totalmente inventato e realizzato dalle venditrici della strada e del mercato. Ci ha offerto uno spaccato reale della vita che conducevano in casa; nella strada, al mercato. Con questo ci stavano offrendo alla riflessione teologica, una base più vicina alla vita, evitando di pronunciare il nome di Dio invano.
Fare teologia è cercare di balbettare il nome di Dio a partire dalla vita.
Abbiamo saputo durante il Congresso, che Ellacuria, uno dei gesuiti martiri, filosofo e teologo, aveva una certa difficoltà a pronunciare il nome di Dio perchè sentiva una certa avversione a parlare superficialmente di Lui, chiaccherando su di Lui. Ma quando Romero completò la sua conversione, anche Ellacuria superò i suoi timori e  i suoi dubbi e disse: “con Romero, Dio ha camminato in mezzo al suo popolo”.
Terminato il Congresso abbiamo voluto andare nel luogo dove avevano assassinato p. Rutilio Grande, un giovane padre gesuita, molto amico di Romero e di origine contadina. Sotto la spinta dei documenti di Medellin che gli avevano insegnato a parlare di Dio, a partire dalla realtà dei poveri, lasciò i suoi incarichi nella scuola e chiese di essere parroco della zona dove era nato, Aguilares, che comprende anche il suo paesetto natale: El Paisual. Le organizzazioni contadine e operaie si erano fatte forti in quella zona, dove i contadini  nascevano e morivano tagliando canna da zucchero nei terreni del padrone. Rutilio accompagnava i processi popolari  annunciando il Dio della vita dentro di questo oscuro ambiente di morte. Per questo lo hanno ucciso: diciannove pallottole per lui e il resto per il vecchio e l’adolescente che lo accompagnavano. Tre altri adolescenti si salvarono fuggendo attraverso i campi di canna da zucchero. La morte di Rutilio provocò quasi immediatamente un miracolo: la conversione al popolo organizzato di Mons. Romero che dichiarò, dopo aver passato alcune ore davanti ai cadaveri: “non parteciperò a nessun atto pubblico fino a che non si individueranno gli autori e i mandanti del crimine”. Dispose anche che la domenica seguente si celebrasse in tutta la diocesi di San Salvador una sola messa in cattedrale. “Andiamo tutti insieme al banchetto, al tavolo della creazione, portando ciascuno il suo banco, per ciascuno c’è un posto e una missione”.  Queste parole stavano scritte nel luogo dove fu assassinato p. Rutilio Grande e pare che siano ispirate ad una delle sue prediche. Ora sono diventate un canto popolare.
Con questa messa cominciò anche il calvario di Romero, dentro e fuori della chiesa. Il nunzio, un italiano che poco poteva sapere della realtà di El Salvador, la curia romana, e quasi tutti gli altri vescovi di El Salvador cominciarono a criticarlo e a dubitare dei suoi metodi pastorali. Evidentemente a Medellin era iniziato un rinnovamento della chiesa: una chiesa che si poneva in ascolto del clamore della gente povera; che celebrava la Eucarestia riempendola della sofferta vita del contadino, degli operai, dei venditori del mercato e della strada, delle loro organizzazioni e dei loro movimenti di massa e questo non poteva non tenere un prezzo. Inginocchiato davanti alla tomba di Rutilio e dei suoi due compagni, ho ricordato una parte della nostra vita in Muisne, i processi di coscentizzazione e di organizzazione popolare….. Si risvegliò in me “la memoria del cuore….” e mi misi a pregare e pensare a tutti i contadini del mondo: dell’Africa, dell’India, dell’America Latina…. Ma allo stesso tempo mi ponevo una domanda di fronte alla mostruosa accomulazione di violenza che per un lungo tempo si era prodotta in un piccolo paese dei Caraibi: come diluire questa enorme bolla di negatività che si era concentrata in molti anni di guerra civile? Di quanto tempo ci sarà bisogno perchè questo “peccato strutturale” (così si chiamarono questioni come questa in Medellin) cessi di contaminare i cuori e le relazioni fra la gente?
Marta, la coordinatrice delle attività del Congresso ci raccontò della cuoca della UCA. Una notte si presentarono armati alcuni componenti di una banda, esigevano che prestassero loro per la notte la figlia tredicenne e che se non lo avesse fatto, avrebbero sterminato tulla la sua famiglia.
Le bande (marras, le chiamano qui) possono essere considerate il frutto amaro e persistente di questa accomulazione di violenza? Cos’è il peccato sociale? E i reticolati che circondano tutte queste case? Come riscattare questa situazione? Quante croci ancora verranno “per togliere il peccato dal mondo”, questo buco nero che ci inquieta tutti?
2. Il Congresso di teologia AMERINDIA
Dentro questo contesto martiriale si stava facendo cammino la riflessione teologica per celebrare i cinquant’anni di Medellin. Per me è stato particolarmente illuminante ciò che disse in apertura p. Cecilio de Lora riportando il pensiero di un filosofo attuale: “quando non abbiamo chiaro in mente la meta verso cui andare, è bene sapere quantomeno da dove veniamo”. A me pare che il Congresso si sia mosso dentro questa direzione. “Si fa cammino camminando…” cantano le comunità di base del Salvador. Il tema della comunità di base, insieme con la prospettiva della liberazione, dei segni dei tempi e della centralità del povero costituiscono l’asse portante di Medellin.
“Contemplare il passato con amore (con la memoria del cuore diceva Garcia Marquez) e guardare al futuro con entusiasmo” è stata la sfida di Cecilio nei suoi quasi novanta anni di vita! Mentre il cuore ricostruiva la memoria con le immagini dei “padri” della chiesa latinoamericana (Laudazuri, Proano, Helader, Valencia, Cono…. e quanti, quanti altri!) ci ricordava che il cambiamento è un processo lungo; che Medellin era stata l’inizio di questo processo e che dobbiamo continuare a decentrare la chiesa da se stessa per concentrarla verso fuori. La chiesa deve comprendersi a partire dalla situazione storica in cui si trova; dai punti di frattura della società. E’ a partire da questo che la chiesa approfondisce la ragione della sua esistenza e il senso della sua missione.
Un teologo argentino, molto più giovane di Cecilio, ci diceva che Medellin elaborò una riflessione a partire dalla “Gaudium et spes” cioè dalla chiesa nel mondo contemporaneo, più che dalla costituzione dogmatica “Lumen et gentium”. Un altro argentino, dal pubblico, fece un intervento per calibrare questa affermazione, alternando una rettificazione da parte del reletatore: “Si dalla Gaudium et spes” però non senza la “Lumen gentim”.
E’ bello fare teologia anche in questa forma rettificando insieme la direzione.
Nel nostro camminare teologico avemmo una sorpresa. Una italiana, Silvia Scatena, che appartiene al miglior gruppo di ricerca storica e teologica italiana che ha sede a Bologna, fece una presentazione “precisa e preziosa” (parole di Cecilia) sulla relazione tra riflessione teologica e pastorale che si produsse in Medellin e la liturgia che si celebrava durante i quindici giorni che durò l’evento. La fraternità sperimentata attorno all’Eucarestia e i testi biblici che la Liturgia proponeva giorno dopo giorno  avevano creato in un ambiente umano e teologale che ha permesso ai “padri” di creare un grande consenso attorno alle conclusioni assunte dai sedici testi definitivi. Qualcuno, fra i “padri”, si era posto la domanda: “perchè non unifichiamo il tutto in un unico testo?” Il card. Proano (altro grande padre della Chiesa latinamericana) affermò che “il tentativo di unificare sarebbe andato a scapito della novità e della freschezza dei testi”. Mi piace riconoscere che il cammino di autocomprensione della chiesa può essere così: un cammino vivo, aperto che sarà definitivo solo al momento di arrivare alla meta, in Dio.
Naturalmente l’applicazione di Medellin ha avuto le sue difficoltà. Nel 1970, cioè due anni dopo, nel Salvador i giovani universitari cattolici organizzarono una setttimana di pastorale per la applicazione dei documenti nella chiesa locale. Erano presenti a questa riunione alcuni preti giovani, tra di loro anche Rutilio Grande. I vescovi non accetarono le conclusioni a cui i giovani erano arrivati. Fra i vescovi contrari alle conclusioni c’era anche mons. Romero. In senso totalmente opposto si colloca l’altro episodio. Ignacio Ellacuria, gesuita e martire UCA, aveva suggerito al Provinciale dei gesuiti di organizzare l’anno dopo la celebrazione di Medellin un ritiro per tutti i gesuiti del Centro America con la finalità di studiare e applicare i documenti di Medellin. Il suo suggerimento fu accettato e questo cambiò la provincia Centroamericana della Compagnia di Gesù. Medellin è stato questo: una chiesa che cambia di luogo per capirsi e per capire la missione alla quale il Risorto l’ha inviata. “Chiesa in uscita” dirà dopo pochi decenni papa Francesco, il primo papa latinoamericano della storia. Ma, verso dove deve andare? Padre Rutilio e i suoi compagni gesuiti compresero che bisognava andare non solo individualmente verso il povero, ma anche verso le organizzazioni dei contadini e degli operai, verso i movimenti sociali condividendo con loro lotte e speranze. Però senza rinunciare di parteciparvi da discepoli di Gesù! C’è stato nel Salvador e in Americalatina chi è morto con il fucile in braccio, ma sono stati pochissimi. La grandissima maggioranza dei preti, delle religiose, dei catechisti, sono stati uccisi a causa della loro fedeltà a Gesù, avendo come arma la bibbia.
Una donna, Chiara Lucchetti, ci parlò della spiritualità e della mistica della liberazione, cioè di come incontrare Gesù nel volto del povero. Il tema dei volti del povero sarà sviluppato magnificamente nella Conferenza successiva a quella di Medellin che si svolse in Puebla. Il popolo è fonte di sapienza e di spiritualità. Compartire, cioè patire insieme, è il cammino che ci porta direttamente a Gesù. Per natura sua questo tipo di spiritualità si relaziona con un etica, un impegno irrinunciabile per la giustizia e un agire politico che parla direttamente sulla via della Croce. Va pagato un costo, però si deve correre il rischio! Verso dove conduce una teologia che parte dal clamore e dal grido dei poveri? Per Leonardo Boff il clamore dei poveri fa tutt’uno con il clamore della madre terra. E’ stato papa Francesco che ascoltando anche i suggerimenti propostegli dallo stesso Leonardo e da altri teologi e scienziati, ha cercato di far comprendere al mondo che l’ ecologia non consiste semplicemente in essere “verdi” e che i due clamori, quello dei poveri e quello della madre terra, sono intimamente uniti e hanno le stesse cause. Bisogna impegnarsi per una ecologia integrale e sopratutto bisogna farlo con urgenza. Non c’è un minuto d’aspettare!
La riflessione e le pratiche suggerite dalla “Laudato si” sono le nuove frontiere della questione sociale come la vede la chiesa. Però come sta il pianeta e specialmente nel nostro caso l’Americalatina in questo momento storico?
Il sociologo Elio Gasda ci ha dipinto un quadro visibilmente oscuro della situazione attuale dominata da un neo capitalismo vorace e astuto. E’ così astuto che riesce a creare nella gente nuovi bisogni senza tenere conto assolutamente nè il grido della terra, nè il grido dei poveri considerati scarti di nessuna importanza. La cosa che mi ha impressionato è un affermazione di Margareth Tacher: “la economia è solo un mezzo. Quello che vogliamo è conquistare l’anima della gente!” Il mercato già lo sta facendo! Sta creando una nuova maniera di essere uomo o donna; con nuovi bisogni, con nuovi ideali e con una etica nuova. Quando il mercato raggiungerà lo scopo di conquistare l’anima della gente, il suo regno durerà per alcuni secoli. Però noi, i cristiani, stiamo lavorando per il regno del mercato o “per il Regno di Dio?” Una rilettura dell’Apocalisse a partire da questa drammatica domanda sarebbe molto utile per situarci correttamente di fronte a questo dilemma. La relazione di Elio ha corso il rischio di lasciarci senza fiato. Qualcuno dal pubblico manifestò il suo malessere di fronte a una lettura così apocalittica della realtà di oggi. Però Elio ci ha garantito che la realtà è anche peggiore di quella che egli stava descrivendo! Quello che ho riferito fino a qui non è tutto il Congresso. Anzi mi accorgo di averlo fatto con un certo disordine. Una relazione mi piaceva ma la stanchezza e… l’età mi hanno impedito di arrivare fino in fondo. Dei giovani teologi dirò che mi sono risultati simpatici sopratutto per il loro sforzo di comunicare in forme nuove, con nuovi linguaggi. Due cose non mi sono piaciute.
La prima è la relazione di una signora femminista, presidente dell’associazione di teologi “America”. Molto arrabbiata con tematiche un poco gringhe e prive di necessarie distinzioni.
L’altra è stata una caduta di stile (l’unica) dell’organizzazione del Congresso quando si fece una chiamata ai teologi professionisti di sedersi nelle prime due file della sala. A me pare che il loro posto era stare in mezzo alla gente, dove peraltro si erano già sistemati. Chiamarli a parte mi è sembrata una espressione di una mentalità di casta. Daltro canto la Teologia della Liberazione non è nata ” desde el pueblo?”
don Giuliano