Cari amici del Gruppone ciao,
porca miseria non mi ero accorta ma è già passato un altro mese ed è quindi ora di aggiornarvi un po’…sarete tutti felici ed incasinati con i vari campi di lavoro ma spero che troviate il tempo per pensarci lo stesso un po’!!

Non so da dove iniziare perchè mi ero ripromessa di non raccontare dell’Africa le solite storie tristi e stimolatrici di carità, sono quelle stesse storie che contribuiscono a formare i pregiudizi e gli stereotipi che abbiamo in testa sui “poveri”…però…quando è troppo è troppo!!
Addirittura Roberto mi ha chiesto di raccontarvi qualcosa sulle fatiche e sul lavoro di questa gente, si perchè è veramente incredibile, inimmaginabile.

Vorrei cercare di farvi immaginare come funziona l’ospedale dove lavoro che è uno dei migliori del Congo grazie al genio ed alla perseveranza del dott. Gianmaria che è qui da 20 anni.
Qui i malati sono curati, con standard assolutamente diversi dai nostri ma ben curati….. però pagano tutto.
Non esiste l’assistenza sanitaria statale e la maggior parte della gente non ha uno stipendio, ha solo i campi, le braccia ed i figli.
Forse i nostri bis nonni capiscono ma per noi è difficile da immaginare, ci lamentiamo sempre ma non abbiamo la minima idea di cosa voglia dire non potersi permettere di essere curati.

La prima cosa che chiediamo al paziente durante il giro medici è “com’è andata la notte?” (a volte nel senso sei ancora vivo eh!!) la seconda cosa è “bongo?!” cioè “hai pagato?!” poi a volte segue un “se non paghi oggi ti tolgo le medicine”. ..non siamo sadici è che se i malati non pagano non paga nessun altro e non si riuscirebbe a curare altri malati.
Io un po’ alla vota, con qualche fatica, io mi sto inserendo nel lavoro, mi hanno dato da seguire la “terapia intensiva e neonatologia”.

Ha poco a che vedere con le nostre come ambiente e strumentario ma come gravità di malati siamo lì. Non è grande, sono tre letti e 4 incubatrici, con spesso due bambini insieme dentro l’incubatrice o anche insieme nello stesso letto se i malati sono più di tre!!!

A volte non è facile perchè neonati prematuri (adesso ce n’è uno di 1650 gr) e bambini gravi non ne vedevo quasi mai in Pronto Soccorso a Montebelluna e se arrivavano chiamavamo subitissimo il pediatra, l’anestesista, l’elicottero e Dio in persona…qui purtroppo il pediatra e compagnia bella non esiste, forse dovremmo provare a chiamare Dio in persona magari ci va meglio!!!
E’ quindi proprio dove sono io (vedi che fortuna eh!!) che arrivano i casi più gravi e quindi dispendiosi: quelli che sopravvivono accumulano i debiti più grandi e poi stazionano mesi e mesi per poter pagare. I bambini (e le mamme con loro) restano “prigionieri” finche i genitori non hanno pagato. Ho 6 culle di “prigionieri” ex prematuri, miracolosamente sopravvissuti, nati da cesareo: c’è una bambina che ormai ha 7 mesi, qualcuno addirittura gattona…
Le neomamme, se il bambino deve restare in incubatrice, per non pagare il loro letto all’ospedale dormono fuori sotto le stelle sulle stuoie per entrare ad allattare quando serve: niente bagno personale, niente parto in acqua, niente epidurale, niente ovetto, niente fiori (beh a dire la verità qualcuna ha la pasta Fissan ed un vestito nuovo coloratissimo e bellissimo regalato per il parto!!)
Ma vi immaginate noi (e parlo a quelle che hanno partorito, a quelle che sanno da dove escono i bambini…) buttate fuori dal letto a tre giorni dal parto a dormire per terra… noi siamo già eroine se ci mettiamo in piedi dopo qualche giorno!!
La cosa che mi rode è questa …MA PERCHE NOI SI E LORO NO? Che abbiano fatto qualcosa di male nelle vite precedenti?

Allora chi non riesce a pagare ha la possibilità di pagare il debito lavorando per l’ospedale…e qui subentra Roberto:
…quando parto in bicicletta per andare alla fattoria incontro lungo la strada le persone che si recano a piedi a coltivare i loro campi che si trovano a sette-otto km di distanza, rientreranno il tardo pomeriggio con le cose raccolte e poi inizieranno a cucinare qualcosa per i figli.
Incontro anche i giovani che trasportano le merci per i commercianti utilizzando le biciclette: caricano 100 kg-150 kg e si fanno 300 km di strade maledette tra savane e foreste, a volte la strada diventa un sentiero, una traccia in mezzo a un muro di erbe alte 2 metri oppure devono spingere il loro mezzo tra buchi, solchi, calanchi, guadare piccoli corsi d’acqua e tanto tanto tanto fango.
Alla sfiga della difficoltà dei trasporti si aggiungono le barriere piazzate dagli avvoltoi della polizia appena prima dell’ingresso in città: chiedono il pagamento di una tassa che servirà a pagare gli stipendi di questi parassiti dello stato, dato che lo stato non c’è.
Naturalmente le barriere si trovano dappertutto e quindi questi poveri cristi si mangiano parte del guadagno delle merci…è un lavoro disumano e distruttivo per il corpo.
Incontro soprattutto donne che portano sulla testa fascine di legna, tronchi, canne di bambù lunghissime e legati dietro i loro figli; oppure intente a preparare qualcosa da mangiare per una moltitudine di bambini felici che corrono in strada e mi urlano mbote mundele, ciao bianco.
Arrivo alla fattoria dopo qualche km e trovo il responsabile del progetto che sta organizzando i lavori per le persone che non riuscendo a pagare le cure mediche dell’ospedale vengono qui a sdebitarsi lavorando.
Il fondo è grande e ci vuole tanto lavoro per ricacciare indietro la foresta, il pascolo così coltivato serve per 25 vacche, due asini e non so quante capre e pecore.
Quindi ci sono sempre degli ex ammalati che tagliano, respingono il fronte della foresta rigogliosissima con la forza dei muscoli e con l’unico strumento a emissioni zero: il machete.
Presso la fattoria ci sono molte palme da olio, il lavoro per ricavare il pregiato liquido è anch’esso lungo e a volte pericoloso.
Simon pota i lunghi rami delle piante, raccoglie il loro frutto che a volte si trova a sette-otto metri da terra.
Piazza un lungo bambu, lo “ancora” tra le foglie e sale lungo il tronco aiutandosi con gli “scalini” ricavati dalla potature dei piccoli rami, poi con il machete taglia le grandi foglie per liberare il frutto e per poter passare senza pungersi con le spine, finalmente il favo di semi cadde a terra con un forte tonfo.
Quando ha raccolto e immagazzinato un buona quantità prepara la fase di spremitura: vicino alla sorgente si trova una specie di frantoio e i bidoni per la cottura delle noci.
Al mattino presto scalda l’acqua dove verranno bollite le noci, c’è tutta la sua famiglia che vive a 30 km da qui, quando i semi sono cotti li mette dentro a un cilindro forato dove con la forza dei muscoli fa girare delle braccia metalliche che spremono i frutti, alla fine il rosso olio viene raccolto dentro a un buco.
Adesso sono in quattro che girano attorno alla “giostra”, fa caldo, nessuno si lamenta, sua moglie trova il coraggio di cantare, io combatto contro sti maledetti insetti, in più si sono radunate migliaia di formiche in attesa di fare incetta di olio, bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi perché mordono e fanno male.
Altri che trasportano travi di legno da dentro la foresta fino al magazzino per lo stoccaggio dei materiali, anche questo è un lavoro massacrante.
Vado quasi ogni mattina a vedere il taglio di alcuni alberi che ci servono come materiale da carpenteria per costruire dei ricoveri per gli animali, dopo l’abbattimento di alcuni alberi a ridosso del fondo bisogna far uscire il legname.
Il responsabile mi è davanti deve tracciare una nuova uscita per far passare le persone incaricate di portare le travi: ha le ciabatte infradito, camminiamo in mezzo alle paludi, taglia il fogliame, sposta rami morti per fare delle passerelle lungo i piccoli rivoli d’acqua, abbatte fronde e finalmente crea un varco tra il verde, subito dietro ci sono i portatori scalzi, oggi ci sono anche due mamme, si mettono in testa una specie di nido fatto con le foglie per attutire il peso delle travi, poi barcollando in mezzo al fango e alla vegetazione portano fuori il carico.
Qualcuno trova dei gamberi di acqua dolce e strappandone le chele si appresta a consumare una parca colazione poi mette via il resto dentro una foglia, ne arriva un altro ha trovato dei funghi gelatinosi che userà crudi quando la fame si farà sentire.
Quando la motosega non ci stordisce più con il suo baccano infernale la foresta riprende il sopravvento: tantissime farfalle con dei colori magnifici, il suono di tanti animali invisibili al mio occhio e il cinguettio di una moltitudine di uccelli…è un momento magnifico prima della sofferenza.
Rimango qualche ora con loro, devo combattere contro tanti insetti che mi pungono e non esco mai vincitore, poi li saluto e ritorno a casa a disegnare.
Poi passo dove le zecche hanno piazzato la barriera mi salutano militarmente e mi fanno cenno se ho qualcosa: sigarette, qualche spicciolo, io sorrido, saluto generosamente e schiacciando sui pedali punto la salita che mi porterà a casa.

Nei nostri rispettivi lavori Roberto vede le fatiche, io vedo le sofferenze…per fortuna i nostri bambini vedono il resto; la gioia, i giochi e la libertà di tutti questi cuccioli congolesi, i colori, la musica, i fiori ecc..di questo paese ( e costringono anche noi a vederlo).
Un abbraccio
Sara, Roberto, Anita e Fausto.