Lettere dall' Ecuador
Scritto da Andrea Cecchetto
Mercoledì 01 Aprile 2009
Carissimi amici del Gruppone;
come si fa a sanare il dolore insanabile? Come si fa a consolare ciò che non può essere consolato? Come si fa a guardare l'estrema ingiustizia di persone che, a volte, si rovinano con le proprie mani, sapendo di non poter far nulla? Storie, racconti, vite, occhi, in questo momento, si accavallano nella mia mente.
Una quantità inimmaginabile di emozioni, di sentimenti, mi hanno stravolto, colpito, a volte portato a farmi molte domande, su perchè si è qui, su cosa si fa qui, domande che sempre, e ripeto, sempre trovano risposta, e la risposta è e può essere una soltanto: io sono qui perchè Dio ha voluto che io fossi qui, ora.
Posso assicurarvi, che se non c'è questa risposta, se cadesse questa risposta, io ora potrei tornare a casa.
Se non avessi la consapevolezza di questo, il mio essere qua diverrebbe inutile e probabilmente condurrebbe alla pazzia della consapevolezza della propria debolezza, del non poter far nulla, ma proprio nulla, per certe persone.
Ve l'avevo già raccontato, ma voglio condividere con voi uno di questi episodi di vita, e sono molti, in un solo mese.
Marta ha circa sei anni, ha visto il papà impiccarsi davanti ai suoi occhi, la madre, con ogni probabilità è una prostituta che attualmente non si trova, e per trovare la quale, mercoledi sera io e Juan inizieremo un recorrido /un giro), battendo a tappeto la zona in cui potrebbe stare.
Un pomeriggio incontro Martita, qui, a El Dorado, seduta sulla muretta e piangendo.
Convinto che qualcuna l'abbia spinta, o le abbia fatto qualcosa, come sempre succede, mi avvicino con un sorriso, e inizio a chiederle que pasà, che succede, perchè piangi. Dopo un po' ha alzato gli occhi, mi ha guardato, e la risposta che mi ha dato prima di tornare a piangere, mi ha gelato il sangue: "mi familia se muriò".
Io sapevo questo, conoscevo per filo e per segno la sua storia, come quella di quasi tutte le bambine, ma sentirtelo dire da una bambina di quell'età ti gela il sangue nelle vene, sono colpi che, vi assicuro, non si digeriscono con facilità.
Ancora meno con facilità, poi, perchè io, con Juanito, non seguo le cose da El Dorado, non mi occupo delle bambine in El Dorado, o Amaguaña, restando tranquillo in quell'"isola felice".
Ho avuto l'immensa fortuna di lavorare sul campo, di patrtire alle quattro del pomeriggio, di andare a visitrare le famiglie, a vedere la realtà da cui vengono, e non solo a visitarle, non sono più qui per il mese, in cui potevo permettermi un ruolo da spettatore, io ora così ci lavoro, quando entro in una famiglia non guardo ciò che fa Juanito...o meglio, lo guardo, per imparare, però al contempo ci entro, parlo con i genitori, chiedo, e, a volte, mi arrabbio.
Quando vedi una mamma che vive in una casa che non possiamo chiamare casa, sino immondezzaio, una madre di 4 figli, di cui uno piccolissimo, i cui primi tre non sono figli dell'attuale compagno, ma di altri, e che sono picchiati senza problemi per qualsiasi cosa.
Una madre che non si preoccupa del figlio, che non si preoccupa minimamente di tener pulita di una casa, di darsi... una dignità. Eccola la parola giusta, una dignità. La povertà economica è brutta, è un limite, ma non è nulla in confronto alla povertà morale, e se hai la povertà economica, ma dietrosempre e comunque una famiglia, allora puoi dire di aver tutto.
Spesso da noi, in Italia, incontriamo situazioni di vera e propria povertà morale nella ricchezza. Qui, per fortuna sinora una sola volta, ho visto povertà morale nella povertà materiale, e mi sono scontrato con la miseria, la miseria vera. Perchè vedere un bambino povero muove a pietà verso i poveri, vedere una situazione del genere ti riporta coi piedi per terra, ti ricorda che i poveri sono uomini, e come tali vanno trattati. Anche con parole decise e forti, se necessario.
Voglio condividere con voi un'altra storia capitatami, una storia che mi ha straziato, colpito fortissimo. In agosto, nella casa, c'era una ragazzina, Karina, di 15 anni. Non vi racconto la sua storia, sappiate che era bien complicada. Non solo brutta, ma proprio complicada, difficile anche per la fondazione stessa. Il che ha portato la fondazione a doverla allontanare, circa a settembre, perchè poteva essere un vero e proprio peligro per la crescita delle altre bambine.
Sin embargo, con questa ragazzina avevo legato, abbastanza. Loca, con un'esperienza di vita particolare, con molto forti tutte le emozioni che normalmente tutti abbiamo vissuto nell'adolescenza.
Ho voluto andarla a trovare, so che va allo stesso Colegio de Estefanìa, un'altra ragazzina della casa, così vado a prendere Estefy, aprovechando per incontrare anche lei. Mi era stato detto che non stava male, che lavorava oltre a studiare.
Fuori dal Colegio c'era un ragazzo. Io purtroppo a volte ci vedo bene, e quando Karina è uscita si vede che sono assieme. Fin qui, tutto normale, ma dall'impressione che dava lui, e conoscendo Karina, ero inquieto. Così, regresando a El Dorado mi son fatto racontare da Estefanìa.
Da dicembre, Karina convive con questo ragazzo, 21enne, è incinta di 4 mesi, ormai 5, lui la picchia, la tiene segregata in casa quando esce perchè non veda nessuno, beve, è ragazzo di pandillas, osia bande di strada. E non si può far assolutamente nulla per lei, perchè andare contro di lui può essere davvero, ma davvero pericoloso.
Cose del genere ti distruggono, perchè conoscere che una persona potrebbe finire in un modo, è una cosa, ma vederla così è un altro. Capite cosa intendo quando parlo di impotenza.
Per questo io grido, io vi prego di vero cuore, affinchè chi si appresta a partire per Amaguaña non lo faccia "por cariño", non lo faccia perchè ha bisogno di dare affetto. Le bambine l'affetto se lo prendono e quello è un aspetto secondario. Che ci si renda conto che si ha a che fare con una realtà difficile, non di sola povertà, come può essere in altri posti, ma di povertà morale e violenza che si riversa su vite innocenti.
Si ha a che fare con vite che in ogni istante rischiano di rovinarsi. Si ha a che fare con persone che non devono essere trattate come muñequitas (come bamboline), da abbracciare un po' e ciao, ma persone che hanno bisogno di essere ascoltate, a volte corrette nel loro agire.
Che si sappia che è una realtà dura e difficile, perchè se in altri posti chi parte per il mese va a patire la fame, o l'emozione di trovarsi in una favela, qua va a fare qualcosa che, a mio avviso, è molto più difficile della privazione fisica, va a scontrarsi davvero con realtà di ingiustizia all'ennesima potenza, e sequalcuno viene qui solo a dare affetto, se qualcuno viene qui dicendo "poverine", che stia a casa perchè è danno che farebbe.
Che si venga qui con l'idea di incontrare persone, e realtà che possono fare molto molto male, molto più che mangiare riso e banane per un mese.
Che si sappia questo, e per questo presto scriverò ai partenti. I volontari qui servono, ma che sappiano cosa vengono a fare. Se vengono solo a dare affetto, lo dico cuore, meglio che rimangano a casa.
Ma parlerò più approfonditamente di questo quando scriverò direttamente ai partenti. Per il resto, cari amici, la vita qua corre tranquilla e bella.
Ciò che prima vi raccontavo, quella rabbia grande, è tutto a rendere l'esperienza che sto vivendo qui straordinaria.
Giovedì e venerdì sono stato e Cuenca, da Sor Mery con Juan, e poi, sempre con lui, sabato e domenica sono sceso a Guayaquil da sor Elisa, que peraltro vi informo, viene in Italia tra pochissimo: il 14 aprile, fino a luglio.
Situazioni sempre impressionanti, specie quella di Guayaquil, con il Guasmo, l'immenso Guasmo in cui si gira solo in macchina perchè andare a piedi, a cualquier ora del dìa, è molto pericoloso, o di Bastion, che abbiamo visto solo da fuori senza addentrarci, per prudenza, e sempre in macchina, ma con lu sguardo che è stato sufficiente a capire come vive questa gente.
Ora, appena tornati, subito ricominciamo il lavoro, contando di terminare le visite alle famiglie degli esterni (i ragazzi della scuola che fanno colazione, vanno a scuola, pranzano e fanno i compiti qui nella Fondazione, per regresar nel pomeriggio), terminate quelle iniziaremo con i recorridos di giorno e di sera, ovvero con i giri per la città cercando bambini che vivano o lavorino en la calle per vedere se vanno a scuola, se hanno famiglia, eccetera.
Le elezioni del 26 aprile si avvicinano, con Correa dato al 60% nei sondaggi, seguito da Alvaro Noboa, al 12%, che si presenta in televisione con la Bibbia in mano dicendo "votatemi vi prego votatemi".
Questa è la realtà, di un Paese in cui le forze della destra, ormai in rotta di fronte alla "Revoluciòn Ciudadana" portata avanti da Correa, fanno qualsiasi cosa perchè non venga eletto. Inutile dire che il muto timore que qui serpeggia vivo è che, come molte altre volte è successo, qualcuno decida di toglierlo di mezzo.
Per ora vi lascio, grazie Michele per far girare questa mail "a cascata" a tutte le persone a cui possa interessare questo diario di viaggio, e se la riterrai adatta per il sito, libero di metterla.
Io, intanto, vi saluto e vado a pranzo, che il pomeriggio si ricomincia a lavorare!
Un saluto, un abbraccio grande, e sappiate che tutti voi siete qui con me in Ecuador.
¡ Hasta Luego!
Damiano














