Salinas 01 Marzo 2020

 

Un grandissimo abbraccio a tutti!

Siamo un po’ in ritardo con l’appuntamento che ci eravamo prefissati, quello di farci sentir almeno una volta al mese.

In questo ultimo periodo di cose ne sono successe talmente tante che risulta difficile selezionarne qualcuna da condividere con tutti voi. È stato un periodo ricco di incontri di relazioni di vita e di cambiamenti, di cambiamenti soprattutto, come molti di voi già sanno, la distanza Italia-Ecuador è molta ma non sufficiente per fortuna da non permetterci di condividere quello che succede: abbiamo cambiato di casa e conseguentemente di progetto.

Veniamo alla cronaca spiccia, negli ultimi giorni di Gennaio la coppia che viveva e gestiva l’Hogar -residenza dove vengono accolti e vivono ragazzi che studiano al Collegio del Millenium qui in Salinas, ragazzi che provengono da alcune delle comunità di Salinas, ma anche dal resto dell’Ecuador, ci sono ragazzi che arrivano dall’Oriente, alcuni che arrivano da Muisne ha comunicato che con la fine del mese di Gennaio se ne sarebbe andata. Chiaramente questo ha creato un po’ di scombussolamento, anche per un paese abituato a gestire quotidianamente situazioni impreviste non è simpatico trovarsi dalla sera alla mattina a risolvere situazioni di questo genere. Ci hanno chiesto così se eravamo disponibili a dargli una mano, sostituire la coppia almeno per quest’anno scolastico … ovviamente abbiamo accettato, abbiamo detto di si, anche se con alcuni dubbi e timori … Avevamo appena presentato alla Fondazione una bozza di progetto di dove e come ipoteticamente lavorare in questo primo anno di permanenza in Ecuador, avevamo già programmata per Febbraio una settimana di permanenza in Mulidiahuan per dare continuità come vi raccontavamo la scorsa volta al progetto che Damiano, Elena e Federica avevano iniziato, avevamo ipotizzato poi con cadenza bimensile di ripetere la settimana di permanenza in altre comunità, lavorando inizialmente con quelle del tropico, quelle limitrofe a Mulidiahuan con la speranza di creare anche relazione tra le varie comunità, e con pensiero quasi utopico ma con la gran voglia di essere smentiti, di creare relazioni tra le comunità e Salinas, ma anche se possibile tra le varie comunità limitrofe, e con la casa Juvenil come punto di riferimento, punto di aggregazione, per queste attività a cui piano piano speravamo di dare vita. Ma la Missione è anche questo, poche certezze, quasi niente, e capacità di accettare quello che giorno dopo giorno ti viene chiesto … Eravamo e siamo pienamente coscienti che questo è quello che ci viene chiesto, è quello per cui siamo venuti qui in Ecuador, ma provarlo subito così in avvio di esperienza qualche brivido lungo la schiena te lo fa provare.

Ora come la volta scorsa cercheremo ognuno per la nostra sensibilità di riportare alcuni momenti vissuti, alcune emozione provate, alcune riflessioni fatte, condividendole con tutti voi.

 

Emanuele

Per chi mi conosce un po’ saprà che la mia indole dopo aver detto si ha messo in moto tutta una serie di attività e di programmazioni per il nuovo progetto che ci si accingeva ad affrontare. Cosa volete farci, non è che uno cambia dalla sera alla mattina, e alcuni difetti non si perdono mai…

Il fatto di non aver avuto nessun passaggio di consegne dalla coppia precedente ci poneva nella situazione di non avere nessuna base su cui iniziare un rapporto con questi ragazzi, se partiamo poi dal dato di fatto che noi siamo “Gringos” ci piaccia o meno noi per loro prima di tutto siamo Gringos, poi con il tempo potremmo essere anche dell’altro. Questa è una cosa che ho provato più volte in questi ultimi giorni in cui si è vissuto il carnevale qui in Salinas, camminando per la strada si incontrava gente un po’ alticcia -è vero che quando si è un po’ “borracho” come si dice da ‘ste parti non si sa cosa si dice, ma è altrettanto vero che si perdono alcune inibizioni e si dice o si esprime realmente quel che si pensa- “Hola gringos” o “Hola gringuitos” (come si usa più sovente) “Adònde vas?” “Lo que estàs haciendo” detto con toni non propriamente cordiali, anche da persone che dopo quattro mesi di permanenza in Salinas sanno chi sei sanno per quale motivo sei qui … Ma dopo più di cinquecento anni di sfruttamenti e furti a queste popolazioni a questi luoghi da parte di noi occidentali, da parte di noi uomini “Civili” del nord del mondo è il minimo che ci possiamo aspettare, anche se vi garantisco a me personalmente sentirmi chiamare Gringhitos con quel tono fa ancora molto male.

Il primo di Febbraio siamo entrati nell’hogar, il buon Samuel ci ha presentato come la nuova “Pareja” la nuova coppia che avrebbe vissuto con loro e che avrebbe gestito assieme al Volontario Salesiano la casa e le attività che in essa sono programmate. Come da prassi da parte dei ragazzi nessuna reazione, nessun commento, nessuna espressione nei loro volti che ti possa far cogliere un sentimento, sembra che qualsiasi cosa la vita, le situazioni gli propini gli scivoli addosso, gli scivoli sulla pelle come l’acqua scivola sulla roccia, roccia durissima che solo il costante scorrere per anni e anni modifica leggermente. Credo questo sia anche un meccanismo di difesa, meccanismo sviluppatosi in centinaia di anni di sfruttamento e di imbrogli, ascoltiamo non ci compromettiamo e stiamo a vedere nel tempo cosa ‘sti due gringuitos andranno facendo, i due che avevamo prima ci hanno lasciato nel giro di qualche giorno, ora ci toccano ‘sti due qua, sopportiamo prima o poi passerà anche questo. Io la sto buttando un po’ la … ma chissà quali saranno stati i pensieri che sono passati per le loro teste, non li sapremo mai questa è forse l’unica cosa certa.

I primi giorni eravamo un po’ là un po’ alla casa Juvenil, prima della fine della settimana ci eravamo trasferiti definitivamente all’Hogar, i nostri occhi, chiaramente molto diversi dai loro, vedevano un sacco di cose da sistemare, cose da migliorare, si intentavano inutilmente dialoghi con i ragazzi, quando ci parlavano (mediamente a testa bassa senza guardarti) borbottavano, rendendo impossibile comprenderli. Quando parlavano tra loro, possibilmente nelle loro forme dialettali o a velocità incomprensibili, ci isolavano e ci rendevano impossibile qualsiasi rapporto. Eravamo due corpi estranei all’interno dell’hogar, qualsiasi sforzo risultava fine a se stesso, guardavamo un film assieme, proponevamo una attività di conoscenza, una pasta al di fuori della solita “sopa y arroz”, tutto durava il tempo della fruizione della cosa poi si tornava ad essere due mondi separati. Io come da prassi un po’ più rigido nel fare rispettare le regole che l’hogar ha stabilito per la convivenza, Anna come da sua indole un po’ più permissiva e fiduciosa nel recepire come verità quello che i ragazzi le andavano raccontando, nessuno dei due ha ottenuto il pur minimo risultato, e dopo un mese non è che abbiamo molti risultati diversi. Ogni tanto un raggio di sole, confidiamo e speriamo in una primavera, ma dopo qualche ora piove se non nevica addirittura.

Sarà un lavoro lungo e di enorme pazienza, abbiamo la fortuna che in tutto questo la Fondazione ci è molto vicina e ci supporta e il non sentirsi soli non è cosa di poco conto.

Per il carnevale c’è stata una settimana di vacanza qui, così tutti i ragazzi sono andati a casa, questo ci ha permesso di rifiatare un attimo, a me di rilassarmi facendo qualche lavoro di sistemazione, un po’ nell’appartementino dove viviamo un po’ negli ambienti dove vivono i ragazzi, e altri tra il museo e la Casa Juvenil che in qualche modo come ci è possibile stiamo cercando di seguire o meglio aiutiamo Ana Maria nella sua gestione, il progetto di renderla viva e punto di riferimento per tutti i giovani di Salinas e delle sue comunità non è morto e solo un po’ rallentato. Anna a cercare possibili attività da fare con i ragazzi nel tentativo di abbattere sto muro che inizialmente ci troviamo di fronte…

Oggi un po’ alla volta stanno tornando tutti, anche gli ultimi … i primi sono rientrati mercoledì… qui anche la scuola ha una flessibilità per noi inusuale, stiamo tornando alla normalità insomma, noi sinceramente ci auguriamo sia una normalità differente da prima … ma vivremo quello che sarà … io a “enojarme” quando i ragazzi faranno di tutto per non fare quello che debbono fare, Anna a credere ai ragazzi anche quando è palese che ti stanno prendendo per il naso, insomma ognuno con i propri limiti cercheremo come abbiamo detto sin dal primo giorno che li abbiamo incontrati di creare per quel che sarà possibile una famiglia, con tutti i problemi e i limiti e ovviamente i pregi che il vivere in una famiglia comporta.

Questo periodo è stato pieno anche di incontri e condivisioni, in particolare due per me sono state piacevoli occasioni, due italiani, arrivati in momenti diversi e parzialmente sovrapposti, il primo Aldo un veterinario Padovano che andato in pensione ha iniziato a girare il mondo portando le sue conoscenze a chi ne ha bisogno a chi glielo chiede. Era appena tornato dall’Africa e per chissà quali strade, quali legami, non è neanche importante saperli, è arrivato qui a Salinas per un mese lavorando nelle varie cooperative di allevamento dando consigli, visitando gli animali, analizzando e cercando di migliorare il cibo che viene fornito alle mucche da latte. I primi giorni che era qui cercavamo di aiutarlo nella lingua, lui da buon veneto mettendo la “s” finale in tutte le parole, io con il mio ancora molto traballante spagnolo, ma si riusciva nell’intento … è proprio vero, per comunicare serve innanzitutto la voglia di comprendersi di ascoltarci, l’idioma e un facilitatore essenziale, ma se non ci si vuol ascoltare neanche un idioma comune risolve il problema. In poco tempo si è ambientato e a bordo di una moto che gli è stata fornita scorazzava per Salinas e per le sue Comunità che era un piacere, a volte con il Padrecito nel sellino posteriore ed era una gioia vederli, oltre che una preoccupazione.

Il secondo è stato Franco un Vicentino, di professione falegname, ha una sua piccola aziendina di mobili su misura, e le sue ferie oramai da quasi vent’anni le passa in America Latina ad aiutare (è stato in Argentina In Paraguai in Brasile e negli ultimi anni in Ecuador) e anche lui per strane vie quest’anno è arrivato a Salinas. Con lui ho condiviso molto più tempo e molti più lavori, da lui ho imparato l’arte di non aver paura a fare le cose, non mi è mai mancata la voglia di fare e sperimentare e di avventurami in cose nuove, ma tendenzialmente mi piacciono le cose fatte in maniera impeccabile, se non mi sento all’altezza non mi avventuro, Franco mi ha insegnato a buttarmi un po’ di più, magari le cose non saranno perfette, ma funzionanti e funzionali, e a volte questo è sufficiente perché il niente è peggio, con lui abbiamo individuato la perdita di acqua in casa Juvenil che stava allagando il museo sottostante, abbiamo fatto gli idraulici, con più tentativi ma abbiamo eliminato la perdita (chi aveva fatto il lavoro prima era decisamente meno idraulico di noi) e poi abbiamo ricostruito la parete distrutta utilizzando dei pannelli in compensato, ovviamente qui lui giocava in casa, come quando ci siamo messi a costruire un armadio utilizzando un vecchio scaffale recuperato dal museo e qualche foglio di compensato erroneamente acquistato, o quando mi ha aiutato a sistemare un pensile nella nuova cucina, pensile che pendeva da tutte le parti tranne che da quella che serviva. Abbiamo poi rifatto l’impianto elettrico dell’appartamento sotto il museo, ne abbiamo poi rifatto il pavimento diventando piastrellisti, abbiamo fatto un capanno alla Laguna del Sueno, con il tetto in paglia, paglia del Paramo come quello delle Chosas. Il tetto per la cronaca lo ha fatto un maestro locale, maestro Matteo, che ci ha dato tutte le informazioni precise in anticipo su come fare e quanta paglia recuperare, abbiamo dovuto organizzare tre mingas con i ragazzi e andare nel Paramo a recuperare paglia perché ne mancava sempre, ma questi sono dettagli, è stato bello vedere questi lavori e in qualche modo contribuire a farli così lontani dalla nostra realtà. Il tutto sempre assieme a ragazzi che dividevano con noi le fatiche e il divertimento, e al Padrecito che appena poteva ci veniva a trovare felice di vedere due veneti che lavoravano assieme e a dir suo trasmettevano agli ecuadoriani l’arte di fare le cose con cura. Ora che Franco se n’è andato ho ereditato la lista di lavoretti da farsi di cose da sistemare che il Padrecito puntualmente aggiorna e che assieme al resto degli impegni mi garantisce una permanenza in Ecuador per molti anni. A parte gli scherzi, qui le cose non si vivono con ansia, quello è piuttosto  un problema mio, che a domanda vorrei dare risposta, ma mi permette di stare in contatto con il Padrecito, sentire percepire ancora la voglia di fare di progettare di sognare che ha quest’uomo, come ho già detto altre volte, per me questo è un piacere ed un onore, poter condividere una parte di vita con quest’uomo che nel bene e nel male è una gran parte della storia di Salinas.

 

Anna

A fine gennaio abbiamo iniziato questo nuovo progetto. Per me è stato come fare un salto nel vuoto, con emozioni e sensazioni di paura, insicurezza e una certa dose di inconsapevolezza. Non ho mai lavorato con adolescenti, se non una piccola e breve esperienza di docenza in una scuola superiore, tanti anni fa.

L’idea di vivere con 12 ragazzi mi ha (e tuttora continua) emozionato tanto!

A distanza di un mese da questa convivenza, posso dire che per me non è per niente facile!

In questo periodo ho cercato di entrare in relazione con i ragazzi, cercando il dialogo, ma per vari motivi ancora adesso sento diffidenza reciproca: sono adolescenti (periodo “strano “ della vita), parlano poco con gli adulti (non solo con noi), hanno un’educazione alle spalle che ignoro, spesso parlano tra loro con termini che non conosco e molto velocemente, non conosco le loro famiglie…

Spesso ho la sensazione, si potrebbe dire certezza, che “me toman por el pelo” (mi stiano prendendo in giro) e io ci casco come una pera! Ciò mi sta mettendo molto in discussione e allo stesso tempo penso che mi permetterà di crescere nel carattere e nella vita.

A poco a poco sto conoscendo il mondo scolastico ecuadoriano (il collegio), partecipando agli incontri professori-genitori di ogni ragazzo. Devo dire che la media scolastica delle classi è decisamente bassa! Ho sentito tanti professori lamentarsi della condotta degli alunni… magari è così anche in Italia, però la cosa mi ha lasciato piuttosto perplessa.

Il nostro compito qui al Hogar è soprattutto quello di “educare alla vita in comune” e penso che per farlo non sia tanto importante sapere/conoscere la cultura di appartenenza di una persona, quanto trasmettere quelli che per me sono i valori basilari della vita: rispetto, collaborazione, sincerità, comunicazione, responsabilità. Penso che stando loro vicino, facendo le cose assieme (come alzarsi alle 5:15 del mattino, cucinare, lavare e riordinare, seguirli nello studio), riprendendoli, dando anche punizioni (cosa che mi irrita molto!), posso trasmettere uno stile di vita che li potrà aiutare a crescere e a stare nel mondo.

A volte il dubbio che mi assale è “loro, che importanza danno a tutto ciò?”. E poi mi rispondo che non è questione di importanza, ma di consapevolezza, che sembrano non avere (come tutti gli adolescenti, e come è stato anche per me, forse anche fin dopo l’adolescenza!), ma che per forza respirano e che un domani potranno riconoscere e diventare così utile.

Io non ho figli e questo credo sia un svantaggio, perché questa è una vita in famiglia (famiglia numerosa!) e aver cresciuto figli propri permette di avere una visione di alcune dinamiche a me sconosciuta. In questo ho sicuramente l’aiuto di Emanuele che, povero, deve fare doppia fatica: con i ragazzi da un lato e con me dall’altro.

È un’esperienza faticosa, ma che sento val la pena di essere vissuta fino in fondo, tra “sconfitte” e delusioni, ma anche soddisfazioni e nuovi affetti.     

 

 

Ecco un po’ di noi, del nostro Ecuador!

Asta pronto.

 

                                                                                               Emanuele y Anna