Giungemmo alla barriera di Aloàg il mattino presto, erano circa le cinque. Di lì in avanti, in direzione Santo Domingo e nei seguenti ottanta chilometri che dividono queste due località, non  incrociammo nessun  veicolo. Una  strada a  quattro corsie che dai tremila metri di Quito si tuffa in maniera vorticosa fino ad arrivare agli ottocento metri di Santo Domingo. Proseguendo fino a Esmeraldas sulla costa del Pacifico la strada è quasi completamente piana, o almeno così sembra.
Non avevamo ancora visto niente di quello che il terremoto aveva inflitto alle popolazione della costa dell’Ecuador, ma l’atmosfera che si avvertiva avvicinandoci a Esmeraldas era come se fosse successo qualcosa che la gente ancora  non riusciva a rendersene conto. Le persone sembravano degli automi, tutte si dirigevano in qualche luogo con calma surreale, come dentro un flusso invisibile, sembravano telecomandati.
Arrivammo nei pressi di Pedernales, l’epicentro del sisma. Non potemmo entrare nel centro della città perchè i militari avevano sbarrato le vie di accesso. Un odore forte ed acre ci investì non appena abbassammo i finestrini, ci fu un momento di silenzio tra di noi, poi guardandoci negli occhi capimmo subito di che si trattava. Odore di morte, carne in putrefazione. Il caldo tremendo, inusuale per quel periodo, rendeva l’aria irrespirabile.   Non erano passati ancora due giorni da quel 16 aprile 2016, quando tutto l’Ecuador, da nord a sud, da est a ovest fu investito dal sisma.
Girammo per una strada polverosa, tutt’intorno macerie, poco dopo raggiungemmo la strada principale in direzione Muisne. Piano piano il paesaggio cambiava, da arido e secco si passava via via ad una vegetazione sub tropicale tipica della provincia di Esmeraldas. Immergendoci in questa natura così rigogliosa e selvaggia riuscimmo a far si che i nostri sensi si calmassero un po’.

Poi nel breve volgere di due ore arrivammo nel cànton di Muisne.

Il trenta settembre 2017 si è svolta una pre inaugurazione della ciudadela voluta fortemente da padre Giuliano. nella finca della Fucame-Ocame. Le quaranta case sono completate, mancano ancora i servizi e l’acqua potabile, ma si può dire che il più è fatto, almeno dal punto di vista oggettivo. Dove prima c’era la selva e i serpenti (qualcuno ancora non si decide ad andarsene) ora ci sono vie d’accesso, orti coltivati, illuminazione e abitazioni direi confortevoli. Le persone che ora ci abitano e che avevano perso tutto a causa del terremoto, ora possono guardare al futuro con occhi di speranza.
Era inimmaginabile per noi pensare a tutto questo quando arrivammo qui quella mattina di un anno e mezzo fà. Era impensabile che nel mese d’agosto dell’anno dopo sarebbero giunti volontari dall’Italia, da Quito e da Salinas de Guaranda (gruppo Sumate).
E’ stato un mese molto intenso, duro, ma tutte le persone che sono arrivate hanno dimostrato fin da subito uno spirito fantastico nello svolgere i compiti assegnati. La cordialità si è fin da subito tramutata in amicizia anche con le persone della “ciudadela”, abbiamo visto crescere, giorno per giorno, quella fiducia che è la base necessaria per tutti i buoni rapporti tra esseri umani. Credo che tutti i ragazzi che hanno partecipato a questo “viaggio” abbiano avuto l’opportunità di vivere un esperienza unica. Un esperienza che se metabolizzata e sviluppata nei modi appropriati può portare ad una coscientizzazione di ampio respiro. Madri che non riescono a sfamare i troppi figli, bambini che non possono andare a scuola perchè il fango gli arriva alle caviglie, adolescenti femmine che smettono di esserlo a dodici-tredici anni, bambini che pur abitando a mezz’ora dal mare, non l’hanno mai visto. Questo e altro ci deve far riflettere sull’oppressione che alcuni esercitano su altri. Aiutarli a casa loro, che significa? Credo voglia dire lavorare con loro, mangiare il loro cibo, imparare la loro lingua, dormire nelle loro case, conoscerli e pur nelle “differenze” costruire ponti che ci uniscano.
E di loro cosa dire?
La strada per cominciare ad essere una vera comunità, è ancora molto lunga. Mestizos. manabitas, afro ecuatoriani, cayapas, un piccolo cosmo umanitario in poche decine di ettari di territorio. Le differenze tra queste culture ci sono ma rispetto a quello che sta succedendo in Italia, tutto sembra più semplice e naturale.
Ci sono circa sessanta ettari da coltivare in modo comunitario e solidale. Noi gli staremo accanto, continueremo a parlare con loro, cercheremo di fargli capire che la vita non è predestinazione, che agendo sulla realtà si possono cambiare molte cose. Le persone che conosciamo e che abbiamo incontrato provengono tutte da generazioni che sono state vessate da profonde ingiustizie e per questo motivo credono che questa oppressione sia un destino irrevocabile. Purtroppo si tratta di un “ordine” ingiusto, un fatto concreto nella storia dell’umanità, non però un destino ineluttabile.  Molte volte, nel corso della mia vita, ho avuto la netta sensazione che alcune persone temino la libertà, rifugiandosi nella sicurezza vitale, preferendola alla libertà carica di rischi.

 

“Parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione dell’anima. La “castità” a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità”.

papa Benedetto xvi, 2006

Un caro saluto.
Giorgio y Cristina