Ciao, eccomi qui!
Innanzitutto, un grande abbraccio a tutti, spero stiate bene e tutto vada al meglio!
Nelle prossime righe cercherò di raccontarvi qualcosa di questa mia esperienza in Ciad, senza però di certo dire tutto. Sia perché sono ancora immerso e trasportato in questo fiume di sensazioni ed emozioni e una riflessione a mente fredda ancora non l’ho fatta; sia perché così avrò più cose da dire quando tornato e non vi avrò rovinato la sorpresa. E poi in ogni caso, come sapete bene, non tutto si riesce ad esprimere adeguatamente con parole (o per lo meno io non credo di riuscirci).
Cercherò di racconterare una giornata delle mie, evitando troppi commenti e digressioni. Anche se a ben dire, una vera giornata tipo non è che ci sia, viste le molte cose da fare e le continue scoperte che si susseguono.
Di certo, un fattore accumunante è il fatto che il ritmo del giorno non è scandito dall’orologio, che qui in molti non hanno, ma dal sole. È l’alba che fa iniziare la giornata e il tramonto la termina. Il lavoro finisce all’imbrunire, non ci sono santi e madonne che tengano.
Parlando un po’ del mio lavoro, principalmente esso consiste nel contribuire al progetto di realizzazione di perforazioni a mano per portare l’acqua ai villaggi. Non entrerò nei dettagli tecnici. Sono comunque perforazioni che durano qualche giorno, talvolta terminano anche in un giorno solo, svolti su sottosuolo senza roccia. In seguito installiamo la pompa con relativa piattaforma in cemento.
È un lavoro ormai al quarto anno di vita con questa nostra équipe, con oltre 70 punti d’acqua realizzati. Sebbene sia estremamente delicato, potete solo immaginare quanto sia ricco di soddisfazioni. Impagabili i sorrisi di donne e bambini. D’altro canto, anche la delusione per un fallimento diventa un peso enorme, e gli sguardi preoccupati difficilissimi da reggere…
In questi giorni, passo in pratica tutte le ore di luce al cantiere; i lavori procedono sotto un sole incessante e battente, accolti dall’accoglienza delle persone del villaggio (dove villaggio è proprio quello con le piccole abitazioni in fango e paglia, donne in marcia o alla cucina, e bambini con abiti stracciati e sporchi che giocano tra di loro). Il pasto è la polenta di miglio, che arriva quasi sempre arricchita da una salsa con carne per lo più di capra, che per tradizione viene sgozzata all’arrivo di stranieri (se no la carne di certo non la mangiano tutti i giorni…). E può arrivare ad ogni ora (o meglio, posizione del sole) del giorno: quando c’è cibo si mangia, non si sa se ce ne sarà ancora più tardi.
Per l’acqua da bere, me la porto da casa. Non di certo senza qualche imbarazzo nel bere dalla mia bottiglia l’acqua chiara quando chi mi è attorno beve dalla ciotola acqua che talvolta è gialla, altre volte bianca, altre volte viene dal fiume dove si abbeverano le bestie e si lavano i panni. Devo ammetterlo, certe barriere tra me e loro ci sono, il mio corpo a certe situazioni non è abituato, per quanto mi sforzo; ma con la propria salute forse meglio non spingersi troppo oltre…
La sera poi, rientrati a Fianga, c’è il riposo; la città si spegne tranne qualche baracchino con dei gruppi elettrogeni e qualche bar. E si legge o si guarda un film in compagnia sul computer.
Se non c’è il cantiere invece, piccoli lavoretti si trovano sempre qui; o comunque, vado dai vicini o da qualche amico di qui. Lì ascolto, osservo e rispondo alle loro molte domande sul nostro universo europeo. Perché di un altro universo si tratta.
E sto con i bambini e le bambine. Di certo, per i bambini, il calcio mi aiuta moltissimo a entrare in contatto con loro. Che strumento eccezionale il pallone!
Passare per la strada e vedere il loro sorriso e i loro saluti è impagabile, mi rende semplicemente felice, con tutta la bellezza che c’è nella semplicità.
Un po di delusione invece è data quando un bambino piccolo prende paura della pelle bianca, essendo magari il primo uomo bianco che vedono; ma infine è comprensibile, anche se di certo offre spunti di riflessione.
Ecco, mi fermerei qui. Le varie riflessioni che si possono iniziare sui temi della diversità, della povertà e malnutrizione, della finalità della vita, dei privilegi di cui comunque noi bianchi non possiamo fare a meno (privilegi anche nel senso di qualcosa che agli altri è negato, pur essendo essenziale, e quindi più nell’accezione di diritti, come nel caso esemplare dell’acqua pulita…) le rimando ad un altro momento. Per ora lascio a voi di elaborare queste righe in cui forse qualche spunto è già presente. In un altro momento poi parleremo di molto altro e mi aiuterete voi stessi a meglio rielaborare questi incredibili mesi.
E poi, non sono ancora finiti per me, per fortuna!
Vi saluto allora, statemi davvero tutti bene!
Sussé saipele,

Stefano